

25. L'Illuminismo in Italia: Beccaria e la riforma del sistema
penale.

Da: D. Carpanetto-G. Recuperati, L'Italia del Settecento, Laterza,
Roma-Bari, 1993.

La pubblicazione nel 1764 del libro Dei delitti e delle pene elev
a fama europea il giovane illuminista milanese Cesare Beccaria.
Come affermano nel brano seguente gli storici italiani Dino
Carpanetto e Giuseppe Recuperati, in quest'opera egli non
criticava semplicemente l'iniquo e crudele sistema penale vigente
in tutti gli stati europei, che contemplava arbitrio, tortura e
pena di morte, auspicando al contrario il recupero e la giusta
espiazione del reo, ma avanzava il dubbio che i delitti fossero la
conseguenza della forte diseguaglianza sociale esistente fra i
sudditi. Per questo egli fu avversato da chi lo giudicava un
sovvertitore dell'ordine, ma stimato, al contrario, negli ambienti
riformatori, come la Toscana leopoldina e la Francia dei lumi.


La pubblicazione Dei delitti e delle pene (1764) trasform un
giovane aristocratico, al quale tutti riconoscevano intelligenza,
ma anche una certa dose di pigrizia, una versatilit eccezionale,
ma anche una scelta intellettuale ancora non ben definita, in uno
dei punti di riferimento dell'Europa illuminata. [...].
Affrontando secondo una scelta insieme razionalistica ed
utilitaristica il sistema della giustizia occidentale, Beccaria
constatava quanto esso fosse arretrato e violento non solo perch
permetteva la pena di morte e la tortura, ma perch affidava alla
responsabilit soggettiva del giudice il potere di valutare il
delitto e di commisurare la pena. Naturalmente Beccaria non
inventava il problema: l'esigenza di una codificazione aveva
attraversato la cultura europea ed italiana nella prima met del
Settecento. La necessit di portare ordine nel caos di una
giurisprudenza che da una parte si ispirava al modello romano,
dall'altra si basava su un patrimonio disordinato di prammatiche e
di sentenze, era stata sentita dalle classi dirigenti e dai
governi, come mostrano i tentativi in ambito borbonico [da parte
di Carlo di Borbone, re di Napoli, poi re di Spagna] e le
costituzioni di Vittorio Amedeo secondo [duca di Savoia, poi re di
Sardegna]. Sul piano teorico il discorso era stato affrontato da
Muratori a partire dal De codice carolino del 1726 fino a Dei
difetti della giurisprudenza del 1742, per non parlare di Della
pubblica felicit del 1749. Cos si potrebbero trovare agevolmente
precedenti al rifiuto della tortura, alla presa di posizione
contro la pena di morte, contro i reati d'opinione in particolare
in campo religioso, contro i tribunali ecclesiastici e il diritto
d'asilo. Ci che distingue l'opera di Beccaria  la capacit di
sviluppare una teoria della giustizia e della societ destinata a
restare un punto fermo nel dibattito dell'Illuminismo europeo. Chi
percorra oggi le pagine dell'opera di Beccaria non pu non restare
ancora stupito dalla quantit e qualit di questioni aperte da
questo libro, che riusciva ad essere originale, pregnante e ricco
di prospettive. Gli echi erano molti: da quelli pi evidenti e
vicini (Verri, Helvtius, Montesquieu, Rousseau, Voltaire) ad
altri pi lontani e nascosti (Machiavelli, Sarpi, Giannone,
Muratori); ma il risultato era unitario e originale. La
sinteticit e la chiarezza contribuirono anch'esse a farne uno dei
pi efficaci strumenti d'attacco contro le istituzioni e la
societ d' ancien rgime. Gli oggetti pi vicini erano infatti
l'irrazionalit della giustizia, la sproporzione fra delitti e
pene, la barbarie della tortura, l'inumanit della pena di morte
e, per contro, la volont di costruire una giustizia razionale
dove non si procedesse per spirito di vendetta contro i rei, ma
prevalessero le scelte del recupero, del risarcimento, dell'utile
sociale. Ma gli obiettivi pi lontani e gi perfettamente
delineati mordevano ben pi profondamente nel cuore delle societ
d' ancien rgime; ci che veniva messo sotto accusa (dato per
scontato che la tortura e la pena di morte fossero inutili e
disumane) era il sistema sociale con le sue profonde
diseguaglianze. Il discorso contro la nobilt, il meccanismo degli
onori, il duello, la separatezza della giustizia aristocratica,
costituiva un aspetto della questione. L'altra era la forte
consapevolezza che il delitto nascesse dalla sproporzione dei
beni: il terreno di coltura dei delitti era la miseria, che
coincideva fatalmente con l'ignoranza. Non aveva alcun senso
quindi utilizzare la giustizia per contenere un malessere che
aveva cause pi profonde e che era creato dal sistema sociale
stesso. Tutte le procedure puramente repressive erano non solo
ingiuste, ma inutili allo scopo. Beccaria delineava due tipi di
intervento: quello inerente alla giustizia, in cui bisognava
eliminare tutti gli aspetti di violenza, di vendetta e di
esemplarit; quello poi, pi significativo, volto a modificare le
condizioni che davano esca al delitto. Attraverso la ridiscussione
del diritto di punire, cominciava ad emergere - sia pure
implicitamente - un discorso sulla propriet, sui delitti contro
di essa, sul fatto che la sproporzione dei beni, lungi dall'essere
naturale e giustificabile giusnaturalisticamente [secondo cio il
diritto naturale], fosse altrettanto ingiusta che il furto. La
soluzione di Beccaria era ancora ottimistica. Le riforme
economiche e l'istruzione risultavano le due risposte reali che la
societ civile e uno Stato non dispotico potevano contrapporre al
malessere sociale e quindi ad una scelta di repressione.
Il successo italiano ed europeo di Dei delitti e delle pene fu
immediato. Pietro Verri [illuminista milanese amico di Beccaria]
era stato lo stratega abile e cauto di questo pamphlet. Lo aveva
fatto pubblicare a Livorno da Giuseppe Aubert [editore di simpatie
illuministe], che aveva gi offerto al pubblico le Meditazioni
sulla felicit [opera di Verri pubblicata nel 1763] e che di l a
pochi anni si sarebbe cimentato con l'edizione livornese dell'
Enciclopdie (1770). Che Verri non avesse torto nelle cautele, lo
mostra non soltanto l'immediata condanna degli Inquisitori di
Venezia, ma, fra gli altri, il pamphlet del monaco Ferdinando
Facchinei, che aveva colto con una certa acutezza gli aspetti pi
impliciti e significativi del discorso di Beccaria, denunciandolo
come un pericoloso sovvertitore del trono e dell'altare, il
Rousseau degl'italiani: Quasi tutto quello che avanza il nostro
autore - scriveva il frate - non  appoggiato che su due falsi ed
assurdi princpi: che tutti gli uomini nascano liberi e siano
naturalmente uguali e che le leggi non sono n devono essere altro
che patti liberi di tali uomini. Facchinei, nella polemica contro
Beccaria, coniava anche i termini per definire tale atteggiamento
sovvertitore della societ tradizionale: socialista e socialismo.
Anche nell'ambiente lombardo, il successo immediato non cancell
alcune differenze. E' per esempio significativa la reazione di
Gian Rinaldo Carli [funzionario asburgico a Milano], che
scrivendone il 1 gennaio 1765 a Paolo Frisi [amico di Verri e
collaboratore del Caff], pur ammirando la forza, il talento e il
coraggio del vivacissimo autore ed esaltandone l'utilit
politica, come strumento per le riforme, segnava alcune distanze
dai princpi di Beccaria:
.
Grande errore  quello di credere tutti gli uomini uguali
d'inclinazione, d'istinto, di volont e capaci tutti di sentimenti
di virt, di moderazione, di ragionevolezza, quando nella
fisionomia, nei tratti del viso, nella voce e negli stessi
lineamenti della persona, tante differenze e variet si rilevano.
Eppure da questo principio derivano tutte le conclusioni di
Rousseau e di Beccaria [...].

Entusiasta fu l'accoglienza toscana, sia a Firenze sia
nell'ambiente accademico di Pisa. Ma, a coronare il successo,
giunsero a Milano gli echi delle discussioni parigine, le
recensioni e il progetto di traduzione del Morellet [Andr
Morellet, letterato e illuminista francese], l'approvazione
(attraverso Paolo Frisi) di d'Alembert. Era il punto di partenza
per una diffusione europea.
